Giordano Bruno Capparella due volte campione italiano di SUP e due volte campione italiano di canoa polinesiana, si racconta in questa intervista rilasciata un po’ di tempo fa. Mi sembrava importante far sapere a chi non conosce la sua storia sportiva, come si può trasformare un’esperienza drammatica in una carriera di successo. Si può rimanere schiacciati dagli incidenti di percorso, oppure decidere di andare oltre alcuni brutti momenti della propria vita, per usarli come propulsore per creare qualcosa di speciale. Vincere i limiti fisici personali o indotti, può essere di esempio per molte persone in altri campi, o per molti aspiranti sportivi professionisti che si lasciano deprimere da momentanee sconfitte. Del resto la vita è un percorso ad ostacoli; non sempre le cose filano lisce come vorremmo, ma la volontà, la determinazione e la tenacia nell’ andare avanti a tutti i costi, fanno la differenza tra chi emerge con un grande exploit e poi scompare dalle scene e chi resta presente sul podio per anni. Del resto queste sono le caratteristiche che contraddistinguono tutti i veri professionisti dai dilettanti, qualunque sia il loro spettro d’azione e l’ambito lavorativo nel quale si trovano. Giordano Bruno Capparella è un professionista e non è solo un campione di SUP ma più precisamente è un water man; cioè uno sportivo che riesce a distinguersi per la sua abilità di cavalcare diversi sport d’acqua tra cui il surf, il windsurf, la canoa, la canoa polinesiana, il wing foil o il kit surf.. Insomma, come dico io quando lo prendo in giro amichevolmente, mentre cerca di insegnarci qualcosa e ci dice che è facile, controbatto rispondendo che “E’ facile solo per te che sei in grado di surfare anche un ferro da stiro“! Ma veniamo al sodo. Prima di entrare nel vivo, vi lascio una serie di articoli, scritti in precedenza, che potrebbero interessare tutti voi, dopodiché lasciamo spazio alla voce di Giordano.

All’interno di questo primo articolo potete trovare le specifiche tecniche per la corretta pagaiata e un audio di Giordano dove spiega nei dettagli il gesto tecnico.

Nel seguente articolo trovate numerosi consigli e approfondimenti sui reali benefici di cui potrete godere praticando questo sport, adatto ad ogni età e ogni condizione fisica.

Nel seguente articolo, che fu il primo della serie su questo sport, ho dedicato più spazio alla vita interiore di uno sportivo ed a quanto sia importante puntare sulla consapevolezza di sé prima che sul successo.

Per finire ma non certo per ultimo, vi lascio un video, realizzato circa due anni fa, dove potrete vedere e ascoltare direttamente dalla sua voce, molti consigli e spiegazioni dettagliate sul corretto modo di praticare il SUP.

“E’ la prima volta che parlo in pubblico e nei dettagli di questo incidente che mi ha cambiato la vita. Era giugno e avrei compiuto diciannove anni qualche mese dopo, ad agosto, in ospedale. Era un pomeriggio caldo e andavamo in giro con lo scuter io ed un mio amico, sul lungo lago di Bracciano. Erano all’incirca le 18:30, il momento nel quale il sole inizia a calare sull’orizzonte. Noi procedevamo in linea retta mentre la signora alla guida della panda non si preoccupò minimamente di fermarsi all’incrocio per darci la precedenza. L’urto devastante ci colpì lateralmente a metà dello scuter, quando eravamo già quasi passati oltre l’incrocio. Il muso della panda entrò violentemente nei nostri corpi. Il mio amico che era alla guida, prese il colpo del metallo sulla gamba sinistra arenandosi assieme allo scuter addosso alla macchina mentre io venni letteralmente catapultato dieci metri più avanti. Ricordo il flash azzurro negli occhi, cielo terra, cielo terra, mezzo giro in aria e dopo il buio. Quell’istante in cui si spense tutto, era il momento nel quale atterrai violentemente seduto sull’asfalto. Subito dopo rimbalzai di faccia nella cunetta, lateralmente alla strada, con i rovi che mi entravano nel viso. Quando più tardi mi fecero vedere la dinamica dell’incidente mi resi conto di aver volato per parecchi metri e il risultato di quello schianto fu la dodicesima vertebra dorsale esplosa in una costellazione di frantumi ossei nel bacino, assieme all’undicesima vertebra dorsale e la prima lombare entrambe fratturate ma composte. Rimasi sempre cosciente, per tutto il tempo dal momento dell’impatto con la panda fino allo schianto a terra. Il primo pensiero che mi venne in mente era rivolto al mio amico Fabrizio, lo cercai immediatamente con lo sguardo e dopo molto tempo venni a sapere che anche lui, pensò subito a me. Ricordo che sentii le voci di alcune persone che si erano radunate li attorno di non toccarmi fino all’arrivo dei soccorsi. Io volevo alzarmi, volevo assolutamente alzarmi ma non ce la facevo. Quando arrivarono l’ambulanza e il portantino con la barella, ebbi un breve confronto con lui, ero ancora cosciente, mi ricordo il cucchiaino; cioè la spinale per recuperare le vittime di incidente come il mio; quelle con la schiena rotta, ma il tragitto in ambulanza fino all’ospedale di Bracciano è ancora avvolto nella nebbia. Ero ridotto male. Ma fu quello il lasso di tempo nel quale realizzai che mi ero fatto male seriamente. La prima sentenza che ricevemmo in ospedale io e Fabrizio fu: inoperabile e sedia a rotelle per me, amputazione della gamba sinistra per lui. Il mio amico aveva perso il settanta percento del tessuto della gamba, che era praticamente disintegrata a causa dell’impatto che l’arto aveva attutito quando la macchina ci era arrivata addosso. Io non ho impattato con il cofano della panda, il mio problema è stato il volo in aria e il brusco atterraggio di schiena, ma lui s’è l’è vista brutta quanto me, e per essere precisi l’unico danno riportato alla macchina è stato il fanalino rotto. Lo stesso fanalino per il quale, anni dopo, la signora ottantunenne ci ha pure chiesto i danni! Roba da non credere! Non so per quale motivo, ma poco dopo, ci spostarono in codice rosso al “San Filippo Neri”. Prima del trasferimento ho altri ricordi nitidi.. ero ancora sdraiato sulla barella larga 35 cm con le braccia incrociate al petto, rigide e dolenti per la concentrazione che dovevo mantenere per evitare di fare movimenti di alcun genere e una stanchezza infinita. Ho nitida l’immagine nella mente del mezzo giro indietro che feci con la testa verso la parete dove vidi la lavagna luminosa con la mia lastra, la spina dorsale bella evidente e un punto in corrispondenza della D12 lungo come fosse un dito e bianco.. beh, quello era il midollo completamente scoperto con a fianco una costellazione di frammenti ossei fluttuanti attorno alla vertebra lesionata. Uno di questi frammenti era incastrato nel midollo. Poi vidi i miei genitori piangere.. non li avevo mai visti così.. la situazione prese una piega molto triste. Arrivati al San Filippo Neri, trovai un giovane e bravissimo chirurgo che si prese la briga di operarmi, aveva deciso di tentare, gli altri medici non volevano, del resto un ragazzo così giovane costretto sulla sedia a rotelle resta un destino di merda per chiunque e così lo fece. Mi operò. Credo avesse all’incirca una quarantina d’anni, molto in gamba, non ricordo il nome e non sono mai andato nemmeno a ringraziarlo eppure mi ha salvato la vita. Avrei dovuto farlo. Trascorsi sette ore in sala operatoria, sotto i ferri. In quelle ore avvenne il miracolo. Il giorno dopo l’intervento mi risvegliai senza sensibilità alle gambe. Dal bacino in giù ero completamente paralizzato. Mi faceva molto male la schiena; avvertivo una sensazione strana, come se si piegasse in due a libretto, e nel punto nel quale sembrava si piegasse, sarebbe invece diventata in futuro la zona più rigida e forte della mia schiena, a causa della placca che sostituisce la vertebra. Da lì a pochissimo tempo si innescarono una serie di altre situazioni.

Il mio amico Fabrizio non si riprendeva.. le infezioni che aveva alla gamba erano talmente estese che non riuscivano a rimarginarsi e così non gli permettevano di essere operato. Aveva la gamba inglobata in una struttura metallica con i chiodi che la tenevano sospesa e un telo che la copriva perché con i nervi e i tendini scoperti, anche solo un soffio d’aria nella stanza, gli procurava un dolore fortissimo accompagnato da urla e grida.. per farti capire, un po’ come se qualcuno ti prendesse a martellate su un dito! Lhanno messo in coma farmacologico per quindici giorni perché soffriva troppo e il suo calvario in ospedale è durato otto mesi.

Io invece sono uscito dall’ospedale dopo solo un mese e mezzo dall’operazione e dalla riabilitazione ma l’immediato post operatorio non è stato così roseo e nemmeno lo è stata la prognosi iniziale. In realtà non mi hanno raccontato niente, mi hanno tenuto all’oscuro di tutte quelle che potevano essere le mie condizioni future. Dalla completa ripresa e mobilità degli arti inferiori, fino al riacquistare veramente tutte le funzionalità organiche del basso ventre.

Un giorno successe una cosa particolare.. All’epoca avevo una fidanzatina che mi accudì in tutto e per tutto, forse anche troppo. Sai quando lei ti aiuta persino a pulirti dopo essere stato in bagno?.. si perde quell’aspetto sensuale della coppia che invece è importante e alla fine si resta dei buoni amici.. comunque.. dopo circa un mese di clinica di riabilitazione un giorno, dopo i vari rimproveri delle suore perché lei si fermava di nascosto la notte a dormire con me e a farmi le coccole, mi fece un giochino con la bocca. Ci misi nemmeno sei secondi a venire e subito dopo lei scoppiò a piangere. Li per lì non capii il motivo della sua reazione, se qualcuno doveva piangere, quel qualcuno dovevo essere io e invece mi spiegò che i medici, avevano detto che ci sarebbe stata la possibilità di perdere la funzione erettile. Questa credo sia la cosa peggiore che possa capitare a un diciottenne, ancor peggio del perdere l’uso delle gambe. Quindi alla fine, credo che abbiano fatto bene a mantenerla segreta; una volta fuori pericolo si è lasciata andare.. ma la cosa aveva preso una svolta positiva, quindi tutto sommato è stato un atteggiamento vincente.

Di base credo di aver sorpreso tutti con il mio percorso di rieducazione motoria. Effettivamente già prima della riabilitazione avevo iniziato a mettermi in piedi da solo, nonostante i medici me lo avessero sconsigliato urlandolo a caratteri cubitali. Dopo pochi giorni dall’operazione già mi mettevo seduto sul letto cercando di guadagnarmi la stazione eretta, nonostante fosse difficile… sai le gambe erano diventate secche come due stuzzicadenti… ma la vera rivelazione è arrivata proprio in clinica mentre mi dedicavo al vero processo di riabilitazione. Sono venute a trovarmi molte persone, tra amici e parenti e una di queste era Milosh; un ragazzo mio amico che tra l’altro non vedo da tantissimi anni e che all’epoca non se la passava bene… ero un mio coetaneo ma non aveva casa, era caduto in un giro poco raccomandabile, gli volevo molto bene ma la droga come ben sai può portare nel baratro.. comunque fu proprio lui che ad un certo punto, chiacchierando mi chiese che cosa avevo intenzione di fare della mia vita; sì insomma sai.. che progetti avevo per il dopo incidente. Avevo appena finito le scuole superiori e non sapevo che piega volevo dare alla vita, insomma.. la verità è che non ci avevo ancora pensato. Lui mi guardò diritto negli occhi e mi disse: “Iscriviti all’università”. Credo di aver riflettuto su quell’affermazione sì e no cinque secondi, perché al sesto avevo già preso la mia decisione. Uscito dalla riabilitazione, ho seguito il consiglio di Milosh e mi sono iscritto subito all’università. Ho provato prima ad inseguire il mio percorso di sportivo iscrivendomi alla IUSM; Istituto Universitario Scienze Motorie per prendere un attestato di qualifica nel settore, solo che prima del test di ammissione mi ricordarono che c’erano da superare anche dei test fisici ed io all’epoca indossavo ancora il busto e deambulavo con fatica. Così mi ritirai e optai per la facoltà di architettura che comunque mi interessava dato che i miei studi superiori erano terminati al liceo artistico. Anche seguire le lezioni in questa nuova facoltà non è stata proprio una passeggiata sai.. a causa della mia precaria deambulazione, spesso faticavo a prendere il treno la mattina, più di una volta l’ho perso perché si fermava cinquecento metri più avanti e non riuscivo a correre in mezzo alla ressa di studenti che si accalcavano per raggiungere l’entrata. Una mattina ho persino litigato con un capotreno.. gli ho alzato il dito medio, lui non l’ha presa bene e si è arrabbiato tantissimo, ma quando ho alzato la giacca e gli ho fatto vedere il busto, si deve essere sentito in grande difetto, è tornato sui suoi passi e abbiamo deposto l’ascia di guerra. Insomma non è stato un periodo facile…

Giordano quanto tempo hai passato con il busto prima di ritornare a camminare senza?

Il periodo con il busto è stato molto lungo e la riabilitazione vera e propria, cioè quella fuori dalla clinica, è stata in assoluto quella più lunga di tutte. All’inizio ho fatto fisioterapia per tre volte a settimana e il busto mi ha accompagnato per molti mesi, ma nonostante tutto devo ammettere che il recupero è stato veloce se messo a confronto con la portata della lesione alla schiena… però devo fare un passo indietro.. il down psicologico più pesante che ho subito è stato quando i medici mi hanno detto che non avrei più potuto fare sport! Lì, in quel preciso istante, il mondo mi è davvero crollato addosso! Mi hanno detto che al massimo avrei potuto dedicarmi al nuoto e.. te lo dico francamente.. a me il nuoto fa davvero schifo! Mi annoia.. ma a Dicembre mio padre mi portò a fare snowboard in montagna.. non con il busto ma con l’armatura della Dainese per evitare colpi e così a pochi mesi da un incidente quasi fatale, stavo già in piedi sulla neve cavalcando l’acqua in un altra delle sue forme.

Quindi a Giugno l’incidente e a Dicembre sulla neve a fare snowboard? Impressionante…

Sì. Poi il vero sblocco, l’interruttore, il click che a distanza di tempo mi ha davvero rimesso in carreggiata sia fisicamente che emotivamente è stato il SUP. Diciamo che è stata anche una questione di sincronicità. Questo sport come ben sai è relativamente giovane dalle nostre parti.. è arrivato in Italia quasi in concomitanza con il mio incidente nel 2006 e l’anno successivo ho iniziato a praticarlo e mi piaceva, mi riusciva bene, mi sentivo a mio agio sulla tavola. Devo dire che questa spinta a praticare il SUP l’ho ricevuta anche in conseguenza ad un bravo ortopedico, uno intelligente, sveglio che capì immediatamente che io fermo non ci sarei mai stato e così in conseguenza ad altre visite e controlli, esprimendo solo noia e disagio a star fermo, il medico si rese conto della situazione e mi diede il saggio consiglio di praticare uno sport che rinforzasse tutta la parte muscolare che una schiena rotta non poteva più fare. Anche se i medici mi confermarono che la parte in titanio della mia schiena era effettivamente quella più solida e resistente rispetto a tutte le altre vertebre. A conti fatti ho due placche di titanio, che coprono le tre vertebre rotte, sei viti e sei bulloni. Le placche hanno calcificato con il resto del tessuto e non possono più essere estratte. Insomma.. l’avvento del SUP in Italia, il mio bisogno fisico di movimento unito alla necessità di rinforzare la muscolatura della schiena, il fatto che questo sport mi piaceva hanno generato un cocktail perfetto che mi ha spinto a praticarlo sempre di più e per molte ore al giorno. In quel periodo iniziarono anche ad uscire le prime competizioni, qualcosa di decisamente ancestrale se confrontate con quelle di adesso.. ma colsi l’occasione al volo, mi buttai, mi divertivo e in più sentivo a livello interiore o di pelle, che questo sport mi faceva bene. Del resto nessun medico poteva confermarlo, non lo conosceva ancora nessuno, non c’erano studi scientifici a suffragio delle mie intuizioni, ma a me bastavano le mie sensazioni, quello che provavo quando stavo sulla tavola e pagaiavo per ore.. insomma ho fatto da tester! E alla lunga mi sono reso conto che questa attività non faceva solo bene alla schiena, mi faceva proprio bene in tutto e per tutto! Stava riqualificando tutto il mio assetto fisico, stava rivoluzionando la mia vita, stava cambiando le mie abitudini, il mio stile di vita, mi stava trasformando da rivoluzionario fancazzista ad uno più concentrato e anche più inquadrato.. per carità non è che sia diventato un prete ma il SUP mi ha aiutato a crescere meglio, più dritto, più sano. Insomma mi ha salvato.. quindi a conti fatti credo che la necessità di mantenere sempre una buona forma fisica e la passione per questo sport siano state in assoluto le due componenti che mi hanno tenuto in acqua con costanza tutti i giorni e poi, sono arrivati anche i risultati.

Devo dire Giordano che conoscendoti da una vita so che questo momento drammatico che hai vissuto, il tuo incidente, non l’hai mai ostentato in giro.. diciamo che solo attraverso le mie interviste e gli articoli che ho scritto sul SUP è uscito fuori qualcosa e che solo ora lo stai raccontando nei dettagli ..

Sì, non l’ho mai divulgato nemmeno tra i miei competitors o tra i miei colleghi. Sai a volte si vedono dei para atleti che fanno delle cose incredibili e poi invece, ci sono persone che si portano appresso dei danni importanti eppure marciano a testa bassa assieme ai normo dotati e portano a casa ottimi risultati senza sbandierare i loro affari.. bisognerebbe solo informarsi un po’ di più sulla persona che c’è dietro allo sportivo e non guardare solo alle cose più evidenti, cioè ai risultati.

Quand’è che hai deciso che il SUP sarebbe diventato il tuo sport, la tua vera carriera, la tua professione?

Sicuramente il primo input è stata l’esperienza stessa. Cioè avvicinarsi a qualcosa come uno sport agonistico e la partecipazione ai primi eventi e con essi lo scoprire che c’era un piccolissimo gruppo di ragazzi che praticava già questo sport e che avevano delle tavole più lunghe, più professionali, mentre la mia era una molto più corta, una tavola da surf adattata al SUP, ma nonostante la limitazione del mezzo riuscivo lo stesso a stare sul pezzo e a stargli col fiato sul collo. La mia prima gara risale al 2007. Poi presi un altra tavola migliore, una che ai tempi era considerata una ‘all round’ che ad oggi potrebbe essere paragonata ad una 11×6 e nonostante fosse sempre più corta di quelle da race con cui gareggiavano quel gruppo di ragazzi, riuscivo a superarli e passavo in testa. Durante la mia prima stagione di gare, un’azienda notò il mio talento e mi disse che il resto della stagione l’avrei gareggiata con la loro attrezzatura; gratuitamente. Mi avrebbero sponsorizzato per poter continuare il mio percorso e che da lì a breve ci sarebbero state altre aziende importanti che mi avrebbero notato, ma loro volevano da me l’esclusiva e la sincerità di prendermi un impegno a lungo termine e totalizzante. Se avessi preso questa decisione, mi dissero, avrei dovuto alzare il telefono e comunicarglielo. In effetti dopo poco si avvicinò una grande azienda e mi fece il primo contratto nero su bianco.. avevo ventuno anni. Pensa che per me era un sogno che si realizzava.. ero cresciuto con il mito delle riviste da surf e snowboard pensando di voler andare in giro per il mondo a careggiare con i migliori.. poi arriva davvero un’azienda che ti ingaggia e tu diventi seriamente un atleta professionista, con uno staff alle spalle che ti paga le attrezzature, i viaggi, le tue foto finiscono sulle riviste, sulle locandine.. per un ragazzino di vent’anni è il top! Ero al settimo cielo e gonfio di me stesso.. e questa azienda all’epoca era gestita e distribuita in Italia da Stefano Gigli, e fu proprio lui che mi fece firmare il primo contratto e mi disse: “Giordano se vuoi che questa diventi la tua vita d’ora in poi dovrai mangiare SUP, respirare SUP, dormire SUP, pensare SUP, sognare SUP, fare SUP”. Tutto questo assieme all’esperienza maturata nei due anni dopo l’incidente, mi portarono a decidere che il SUP sarebbe stata la mia carriera e così è stato.

L’intervista a Giordano Bruno Capparella non finisce qui… nel prossimo articolo leggerete della sua carriera dal momento in cui ha spiccato il volo fino ad oggi. Spero vi sia piaciuto il modo colloquiale e molto onesto con il quale si è messo a nudo per voi, del resto mi piace sempre scoprire le persone, sapere chi sono, comprendere la loro umanità al di là della loro professione o di come possano apparire dietro ai social o al podio. Soprattutto spero che in voi nasca la curiosità per questo splendido sport, il SUP e che iniziate a provare sulla vostra pelle cosa si significa camminare sull’acqua.

Come sapete già dai precedenti articoli, se volete contattare Giordano per prendere delle lezioni con lui allo Sporting Club Sabazia, trovate qui di seguito tutti i suoi riferimenti, sia per le lezioni di SUP, sia per quelle di wing foil, o di windsurf.

http://www.sportingclubsabazia.it/

https://www.instagram.com/gbc100/

https://www.facebook.com/giordano.capparella

https://www.facebook.com/SportingClubSabazia

®Letizia Boccabella

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