“Senza esagerare, posso dire di aver patito i tormenti dell’inferno, dai quali credevo che non mi sarei mai più liberato. Se non fosse stato per l’influenza che Don Juan ebbe in seguito nella mia vita e sulla mia persona, non avrei mai superato i miei demoni privati. Dissi a Don Juan che sapevo di essermi comportato male e che non avevo il diritto di coinvolgere persone meravigliose come loro in una faccenda così stupida e sordida, che non ero riuscito ad affrontare. (..) Il risultato della nostra relazione a tre fu che per poco non distruggemmo noi stessi. Non eravamo preparati ad un simile sforzo. Non sapevamo come risolvere i problemi di affetto, moralità, etica e dovere. Non me la sentivo di lasciare una per scegliere l’altra, così come entrambe non riuscivano a lasciare me. Un giorno, al culmine di una terribile discussione, in preda alla disperazione, ce ne andammo ognuno in una direzione diversa e non ci rivedemmo mai più”. (Carlos Castaneda – Il lato attivo dell’infinito – pag.148)
Quando non riusciamo a sistemare una situazione, di qualunque natura, con persone che amiamo veramente, persone a cui vogliamo davvero bene e importanti per noi, la colpa del nostro limite è da attribuirsi solo ed esclusivamente al nostro ego. In tutta onestà, una volta tolto di mezzo il pattume di cui siamo tutti stracolmi, l’unica cosa che resta è il reale sentimento che proviamo. Siamo talmente incentrati nella nostra presunzione da perdere di vista ciò che conta davvero. Come risultato, quello che facciamo per il resto della vita, è rimanere invischiati nella melma di quei sensi di colpa fino a sentirci soffocare per scoprire che alla fine, tutto ciò che ci resta fra le mani, è solo l’amaro in bocca e tanta frustrazione. Gli stregoni ricapitolano nel profondo queste emozioni devastanti e dopo averlo fatto, ringraziano la persona coinvolta nell’interazione. Se è ancora viva lo fanno fisicamente, se non c’è più, lo fanno comunque dal profondo del loro essere. Ad un Castaneda distrutto per questa perdita rilegata ad un lontano passato di giovane adolescente, Don Juan suggerisce di cancellare dal ricordo di quelle due ragazze qualunque frase del tipo: “Lei mi ha detto questo e quello, lei mi ha urlato e l’altra ha strillato a Me! – e mantieniti a livello delle tue emozioni. Se tu non fossi stato così pieno di boria, che cosa ti sarebbe rimasto? – L’amore che provo per entrambe – gli risposi sentendomi soffocare. Ed è meno grande oggi rispetto ad allora? Mi chiese Don Juan. – No, non lo è, gli risposi in tutta sincerità, riprovando la stessa angoscia che mi aveva tormentato per anni. Questa volta abbracciale dal tuo silenzio, mi suggerì. Non essere stupido. Abbracciale in maniera completa per l’ultima volta, con l’intento che questa sarà l’ultima volta che lo farai qui, sulla faccia della terra. L’intento deve provenire dalla tua oscurità. Se vali davvero qualcosa, quando consegnerai loro i doni riassumerai per due volte la tua intera esistenza. Gesti di questa natura rendono i guerrieri simili all’aria, vaporosi”.
“Ci sono cose che restano con noi per la vita e forse anche oltre” scrisse Castaneda come riflessione profonda al suo dolore, prima di aver portato a termine la missione che Don Juan gli aveva assegnato. Lo stregone quindi, consapevole di questo, consapevole del fatto che certi ricordi sono delle memorie indelebili che marchiano a fuoco il nostro essere, si impegna a cancellarne il dolore, la rabbia o il rancore per conservarne solo l’essenza. Una volta distrutte per sempre le voci dell’autocommiserazione, della recriminazione e dell’egocentrismo, resta solo ciò che è davvero autentico: il sentimento. L’atto di ringraziamento profondo che fa uno stregone è un duplice ringraziamento; lo fa dal nucleo profondo del suo essere, solo dopo essere sceso nel silenzio interiore e poi lo fa di persona, se gli è ancora possibile farlo. Così facendo, quel gesto è realmente autentico perché arriva dall’infinito che è in lui, dal luogo in cui agisce il Nagual e non dal pattume irrilevante che costituisce il riflesso del sé. Una volta compiuto il gesto, egli è davvero libero di volare leggero come una piuma, in lui ci sarà sempre il ricordo, ogni piccolo dettaglio di quello che è successo, ma non sarà mai più presente il dolore perché quest’ultimo non appartiene all’Infinito.
Anch’io sono stata costretta a fare lo stesso gesto per liberarmi di una parte pesante della mia storia personale. Una delle mie più care amiche, che ormai non c’è più da anni, morì senza che io sapessi nulla e questo accadde perché il mio stupido ego, al tempo, era troppo piccolo e meschino per lasciarmi libera di agire dall’Infinito. Conobbi Anna quando avevo 20 anni, nel posto dove andavo a praticare Kundalini yoga. Lei aveva 12 anni più di me, divenimmo subito amiche intime per una serie di interessi esoterici che avevamo in comune. Lei era una donna onesta e molto franca, diretta e per natura contraria al sistema e alle sue imposizioni. Ingabbiata in una vita che l’aveva scelta e in un lavoro che non amava ma che le dava la possibilità di vivere, col passare degli anni divenne sempre più chiusa e rigida. La sua natura da lupo solitario prese il sopravvento su tutto il resto e spesso, afflitta da fortissimi mal di testa, passava ore al letto, nel buio più totale, aspettando che passassero. Figlia unica, separata e senza figli, la sua vita sentimentale fu sempre tormentata e piena di lacune emotive. Appena conosciute, ci scambiammo molte cure energetiche: lei era riflessologa plantare ed io, tra le varie cose, le feci un trattamento di Sat Nam Rasayan. Quest’ultimo è considerato l’arte della guarigione della tradizione del Kundalini yoga. Il guaritore o il terapeuta fa sdraiare il paziente davanti a sé, mentre lui gli è seduto vicino, dopodiché il guaritore entra in uno stato di silenzio profondo, o di blocco del dialogo interno, in un luogo dove tutto è uguale a se stesso; senza picchi e senza divisioni, in conseguenza allo spostamento del punto di unione. Una volta fatto questo, tutto ciò che trova nel campo energetico del paziente come squilibrio o malattia conclamata, lo restituisce all’Infinito. Dopo tutti gli anni trascorsi da quel trattamento che feci ad Anna, ne ricordo le sensazioni e le percezioni nei minimi dettagli come fosse ieri. Subito dopo essere entrata nello spazio sacro, avvertii il suo fegato appesantito e dopo poco iniziai a percepire una sensazione come di sabbia all’interno della vescica biliare accompagnata da un forte senso di disgusto. Ebbi la nausea. Passato qualche attimo, cercai di rendere il tutto equanime e feci in modo di dissolvere quella percezione nauseabonda, equilibrando il suo campo energetico con il campo energetico esterno, fino a che, nessuna sensazione sgradevole fosse più presente. Una volta chiuso il trattamento, le raccontai cosa avevo visto e lei mi confermò che mentre io percepivo quella sabbia, lei avvertiva una sensazione di intenso calore al livello della zona del fegato. Passarono anni di intensa amicizia tra noi, fino a che un giorno, avemmo una brutta discussione, litigammo. Io la giudicai come una persona rigida ed egoista, incentrata solo sui suoi morbosi e ossessivi deliri sentimentali e priva di empatia nei confronti di quelli che all’epoca, consideravo i miei bisogni. Il tempo trascorse senza che nessuna delle due facesse una mossa nei confronti dell’altra. Una mattina, ero da poco arrivata a lavoro, assieme alla mia cara amica e collega del tempo, quando squillò il telefono e quando lessi il nome di Anna sulla schermata del cellulare, rimasi basita. Era proprio lei. Mi chiamava dall’ospedale per dirmi solo una cosa: “Ti ricordi quando mi feci quel primo trattamento, dove sentivi la sabbia? Beh avevi ragione!”. Io dal canto mio, non capii assolutamente nulla. Ero troppo piena di autoindulgenza e di recriminazione. Le chiesi solo se accanto a lei ci fosse anche Angelo, il suo compagno dell’epoca. Lei mi confermò che c’era e che non v’era nessun bisogno che io andassi a farle visita. Ci salutammo. Passò altro tempo, molto tempo, quando un giorno casualmente, sempre con la mia amica e collega, entrammo in una tabaccheria di un paese vicino al mio, perché lei stava cercando una macchinetta nuova per girarsi le sigarette. Il proprietario del negozio era una conoscenza comune, più stretta per Anna e marginale per me. Un uomo dedito anche lui a delle pratiche esoteriche, sempre alle prese con nuove storie sentimentali, convinto di essere un personaggio dalle grandi doti spirituali e letterarie, autore di qualche romanzo di cui non riuscii mai a leggere nulla che superasse le prime dieci pagine. Il suo stile, come lui del resto, mi risultavano pesanti e noiosi. Quando io e la mia amica entrammo, lui era seduto dietro al bancone della tabaccheria, con la nuova compagna del momento. Il locale era scuro e pieno di puzza di fumo tanto da far venire la nausea, perché lui ci fumava dentro. Lo faceva nel retro bottega, fregandosene delle leggi che lo vietavano. Dal primo giorno in cui lo conobbi, fui costretta a sentire le sue immense lamentele su quel posto, sul fatto che non era la sua vita, che non lo voleva, che quasi lo odiava, ma continuava a gestirlo a metà con la sua ex-moglie perché gli garantiva una cospicua entrata mensile. Scambiammo quattro chiacchere più che altro per educazione quando ad un tratto e con un sorriso malizioso e tagliente sul volto mi disse: “Ma hai saputo di Anna?”. “Saputo cosa?” risposi io col tono infastidito. “E’ morta di tumore”. Mi gelai all’istante. In quel momento non riuscii a distinguere se quella sensazione di freddo interiore fosse davvero dovuta alla notizia della morte della mia amica o se fosse la conseguenza del fastidio profondo e viscerale perché a dirmelo fosse stato proprio lui; un essere per il quale provavo solo disgusto. In più, quello che percepii con lucidità agghiacciante e che mi creò un moto interiore di rabbia senza precedenti, fu la soddisfazione che lessi sul suo viso per aver avuto la conferma che fossi all’oscuro di tutto. Stava provando piacere, un piacere melmoso e infimo come lui, consapevole di essere il primo a darmi quella notizia… Appena mi ripresi, balbettai con voce stridula: “Ma quando è successo? – Beh, saranno passati ormai quattro anni”, rispose lui compiaciuto. Non ebbi più mezzo grammo di energia per restare lì. Ero furiosa! Furiosa per la morte di Anna, furiosa per averlo saputo da lui e furiosa perché solo in quell’istante realizzai che l’ultima chiamata che mi fece, dove mi raccontava della sabbia, era l’estremo saluto di una persona consapevole di essere nelle braccia della morte, ed io, piena zeppa della mia importanza personale, non capii un accidente! Mi sentii dilaniata. Quasi urlai alla mia amica di andarcene da lì. Salutai con estrema freddezza e varcai la soglia della tabaccheria incapace di parlare. Quando io e la mia amica salimmo nella sua macchina, lei cosciente dell’accaduto, ebbe la delicatezza di non far domande fino a quando non fui io a sbottare come un fiume in piena e le raccontai tutto.
Ai tempi in cui litigai con Anna non ero nemmeno lontanamente degna dell’appellativo di guerriera, forse non lo sono nemmeno oggi perché ancora non ho del tutto sconfitto la mia mente, ma una cosa è certa, non commisi mai più lo stesso errore con nessun altro. Fu altissimo il prezzo che pagai per tutta quella meschinità e giurai a me stessa che non sarebbe mai più successo nulla di simile. Ricapitolai tutta la mia vita con lei, tutti i nostri momenti assieme e tutte e le volte nelle quali lei mi trasmetteva messaggi dall’Infinito che puntualmente, nel corso del tempo, vidi avverarsi. Premonizioni di cui adesso sono testimone, benché al tempo rifiutavo con tutta me stessa; ero troppo giovane. Ma il destino sceglie al posto nostro e che ci piaccia o no, certe scelte sono inevitabili. L’essere umano è guidato da forze di potenza incommensurabile che non può domare, può solo essere bravo a cavalcare come un’onda e così evita di rimanerne schiacciato. Dopo aver ricapitolato il nostro tempo assieme, la ringraziai dal profondo del mio silenzio interiore per tutto quello che aveva fatto per me e per la nostra amicizia e per il fatto di essere stata presente nella mia storia personale. Adesso non c’è più dolore, né senso di colpa, né recriminazione. L’unico spazio che occupa in me è lo spazio che esiste nel vuoto dell’infinito. Come insegna la saggezza degli stregoni toltechi, un guerriero che anela al Nagual, deve essere leggero come una piuma, privo di attaccamenti e di pesi emotivi che lo costringono a terra impedendogli di spiccare il volo verso l’Aquila. I guerrieri devono essere simili all’aria, vaporosi.

La 5^ Edizione del corso di I Livello di sciamanesimo tolteco: Influenzare il tessuto della realtà inizierà a breve; i primi di ottobre 2021. Sono ancora aperte le iscrizioni. Potete leggere tutte le informazioni sul contenuto del corso al seguente link; per procedere all’iscrizione è però necessario un colloquio telefonico al seguente numero di cellulare: 379.25.48.791. Non verranno presi in considerazioni né messaggi, né email. E’ obbligatoria la chiamata.
“Ti ho detto più volte che i guerrieri-viaggiatori sono pragmatici. Non si lasciano coinvolgere dal sentimentalismo, dalla nostalgia o dalla malinconia. Per loro esiste solo la lotta, che non ha mai fine. Se credi di essere arrivato fin qui per trovare pace, o che questo possa essere un momento di calma nella tua esistenza, ti sbagli. Il compito di saldare i tuoi debiti non è guidato da sentimenti che conosci, ma solo dal più puro dei sentimenti: è il sentimento di un guerriero-viaggiatore che sta per tuffarsi nell’infinito e appena prima di compiere tale balzo, si gira a ringraziare coloro che l’hanno aiutato“. (Carlos Castaneda – Il lato attivo dell’infinito – pag. 144)
L’unica certezza che impregna la vita di un guerriero è quella di sapere di aver iniziato un viaggio che non avrà mai fine e che, superata una certa soglia non lascia scampo, è impossibile tornare indietro. Se anche per un solo istante si ritiene di essere arrivati da qualche parte , vi è una sola certezza: questa convinzione è solo il frutto dell’importanza personale e tutta la vita di un guerriero è un campo di battaglia nel quale egli cerca di distruggerla. Tutto il resto è solo il futile argomento di chi crede di poter filosofeggiare sull’infinito senza avere mezzo grammo di energia per fare qualcosa di concreto per cambiare.
N.B.
A breve sarà possibile partecipare ad un intensivo in presenza di Sciamanesimo Tolteco di un weekend a nord di Roma. Restate collegati al blog e alla pagina Facebook: Carlos Castaneda e lo Sciamanesimo tolteco per tutte le informazioni che verranno rilasciate nei prossimi giorni.
Letizia Boccabella
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