
Il grande Moretti, caposcuola della grafologia morettiana, era nato con un dono; lui lo definiva intuito, io dico che era qualcosa di molto più profondo: la veggenza. Fin da piccolo mentre osservava le scritture era in grado di vedere la persona che c’era dietro lo scritto; era in grado di descriverla fisicamente, emotivamente e psicologicamente. Per lui era una cosa così naturale che era convinto del fatto che tutti vedessero come vedeva lui. Crescendo, ovviamente, si rese conto che non era così. Impiegò quindi tutto il resto della sua vita a creare un metodo, e un insieme di segni che potessero ricondurre in maniera ripetibile e sistemica, per rendere disponibile anche agli altri, ai posteri, le chiavi del suo splendido modo di vedere. Padre Nazzareno Palaferri il suo degno successore e secondo caposcuola della grafologia morettiana, andò da Moretti due volte nell’arco della sua vita, prima che egli morisse. I successivi trentacinque anni li dedicò interamente allo studio costante e indefesso della sua grafologia, tentando di spiegare ancor meglio il metodo di Moretti, aggiungendo dei segni, scoprendo nuovi elementi e soprattutto lottando contro tutto e tutti, nel tentativo titanico di far comprendere agli altri un semplice fatto inequivocabile: quello che Moretti riusciva a vedere di una scrittura era non solo il frutto delle sue capacità innate, ma il risultato di un particolare sistema secondo il quale tutti, possono vedere in una scrittura, quello che vedeva lui. Ovviamente non fu facile, specialmente per chi, ossessivamente attaccato ai soli segni, voleva discutere una simile evidenza ed avere ragione, non fosse altro che il risultato della differenza di analisi tra il metodo dei soli segni e quello evidenziato da Padre Nazzareno metteva in crisi chiunque avesse avuto un minimo di onestà intellettuale. Nei sei anni di praticantato con lui, che mi videro sua unica allieva diretta, dall’ottobre 2002 all’aprile 2008 poco prima che morisse, di una cosa posso essere non solo certa, ma testimone al di fuori di ogni pregiudizio: non ho mai visto sbagliare Padre Nazzareno una sola volta, nemmeno per un minimo dettaglio o una virgola. Era quindi ovvio che sia lui che Moretti avessero ragione; erano gli altri ad avere dei limiti oggettivi e ad attaccarsi con le unghie e con i denti a quei limiti, nonostante i fatti parlassero chiaro dimostrando un’evidenza incontrovertibile e cioè che la vera grafologia non è per tutti, è per molto pochi in realtà, e soprattutto è riservata a quei soli individui che, nel tentativo di comprendere l’animo umano nei suoi più reconditi abissi, abbiano per prima cosa, scandagliato il loro.
Non a caso, tra tutti i libri scritti da Padre Nazzareno Palaferri ve n’è uno solo che non viene più ristampato da molto tempo; la mia non vuole certo essere una polemica bensì il semplice porre l’attenzione sull’evidenza dei fatti. “Tipologia umana, caratterologia e grafologia” è il testo nel quale più di tutti si parla in maniera approfondita della tecnica attraverso la quale si è in grado di vedere la biotipologia e quindi la costituzione del soggetto; per poi risalire al temperamento e al carattere. Chiunque verga un foglio lascia tracce evidenti di chi è, della sua complessità di uomo o di donna che nonostante il divenire degli umani eventi, imprime una parte del proprio mondo e del proprio vissuto sul foglio, quel mondo e quel vissuto che sono racchiusi nel gesto grafico. Sto parlando delle famose “tre righe di J. Rivère” sulle quali ho già scritto un articolo che potete consultare cliccando al seguente link:
Grafologia morettiana: J. Rivère le tre righe e la caratterologia di René Le Senne
Vi è da sottolineare un altro punto di non poca importanza prima di addentrarci nel cuore del discorso, chi crede di avere in mano le chiavi per la conoscenza dell’essere umano e della vita, volendoli rilegare in degli schemi preconfezionati e prevedibili, si arroga stupidamente un diritto che non possiede; e cioè quello di pensare che la scienza qualunque essa sia, un domani potrà spiegare ogni cosa. Questa è la più grande allucinazione di una miope razionalità la quale dice credo solo a ciò che vedo, eppure essa procede cieca e a tastoni nell’infinito mistero che è l’essere umano e la vita stessa. Se si perde il senso del mistero, si è perso tutto e a nulla varrà la finta conoscenza di quelli che si ammantano di un sapere che non possiedono ma che fanno di tutto per venderlo a buon mercato come degli incantatori di serpenti. Prima o poi, la verità viene sempre a galla e la grafologia non è certo un’eccezione. Nella premessa alla seconda edizione del testo di cui sopra, Palaferri scrive a chiare lettere: “Moretti considera il carattere come espressione dell’adattamento del temperamento agli stimoli ambientali, soprattutto delle prime fasi evolutive; ora il temperamento è intimamente legato alla costituzione di base. Pur definendo immutabile il temperamento e mutevole il carattere, vede tra questi due aspetti fondamentali della personalità un rapporto così intimo da usare indifferentemente i due termini, come se fossero la stessa cosa (ad esempio carattere o temperamento dell’assalto). Potrebbe sembrare un errore, ma egli lo fa coscientemente, quasi per asserire che, di fronte agli stimoli dell’ambiente evolutivo, ogni individuo modula il proprio carattere in base al suo temperamento, vale a dire in base al suo tipo di reazione neuroendocrina agli stimoli dell’ambiente. Pur senza identificarli, per Moretti il carattere è sempre un’espressione del temperamento“. (Tipologia umana caratterologia e grafologia – Nazzareno Palaferri – Libreria “G. Moretti” – Urbino 1999).
E’ importante sapere che Moretti aveva in programma di scrivere un altro libro dal titolo: Grafologia genetica, purtroppo però la morte lo colse prima e con grande rammarico nell’opera: Chi lo avrebbe mai pensato, Torbidoni e Merletti curatori della stessa, commentano in una nota a pag. 65 “si sente la mancanza” di questo lavoro che Moretti aveva in programma. Aggiunge poi, Palaferri, nella nota della Premessa alla seconda edizione scrivendo: “Personalmente penso che un grafologo, il quale non sappia cogliere la genetica di chi ha vergato uno scritto, rischia molte lacune; il prenatale impone le sue memorie fin dai suoi primordi“. Correva una grande amicizia al tempo, tra Moretti e il Dott. Knipfer, il quale parlava costantemente di biotipo e biotipologia. Essa è quella parte di scienza, che nello specifico si chiama Embriogenesi, la quale studia ciò che avviene in formazione all’interno dell’utero materno durante la quarta e l’ottava settimana di gestazione. Nel corso di queste quattro settimane si formano e si sistemano i foglietti embriogenetici, i quali contengono tutti gli organi ed i tessuti che servono a dar luogo ad un organismo umano sano, i quali in base alla formazione acquisita, daranno luogo alla costituzione futura del nascituro. Di conseguenza, un grafologo che non sia in grado di vedere i fattori biotipologici che stanno alla radice della personalità, non potrà mai essere in grado di cogliere nella sua infinità complessità, l’essere umano che sta dietro lo scritto. Non né vede il vissuto, non né vede la forma mentis, non né coglie l’energia di cui dispone sui vari piani del fisico, dello psicosociale e del mentale spirituale e soprattutto non né coglie l’intimità che si nasconde tra le pieghe del suo animo. Ho incontrato molti grafologi in vita mia, estremamente preoccupati di classificare con precisione il quantitativo dei segni, 6/10 di intozzata primo modo, piuttosto che 4/10 di aste rette e 6/10 di aste col concavo a sinistra; poi quando gli si chiedeva di descrivere cosa producessero questi segni a livello di gestione dell’emotività da parte del soggetto, la risposta era, se non proprio una scena muta ma qualcosa che gli si avvicinava di molto. A cosa serve tanto rigore nel computo del segno se non si è in grado di cogliere le mille sfumature dell’uomo o della donna nell’atto di scrivere? Scrivere equivale ad imprimere sulla carta, tutta la vita, tutte le esperienze, tutto il modo di percepire e di approcciarsi al proprio mondo interiore e all’altro, all’ambiente e questo modo particolare ed unico che ogni essere umano possiede, getta le sue radici già dal prenatale, fino al momento ultimo nel quale si usa il foglio per scrivere la propria storia personale. In quel momento la carta bianca corrisponde al mondo dell’uomo nella sua più squisita interezza: intima, sociale, psicologica, fisica, spirituale, dove nessuno di questi elementi può essere considerato slegato dall’altro. Chi non è in grado di vedere i nessi profondi che collegano elementi apparentemente diversi e separati tra loro nello spazio e nel tempo, non è in grado di essere un vero grafologo, un grafologo alla portata di Moretti o Palaferri; perché entrambi vedevano le tre righe di J. Rivére, entrambi vedevano il tessuto della realtà che pezzetto per pezzetto nel corso della vita, aveva contribuito a costruire il puzzle dell’esistenza della persona.
Quindi la prima cosa che un vero grafologo deve fare di fronte ad uno scritto è quello di approcciarsi ad esso con fare meditativo e contemplarlo nel suo insieme. In primo luogo deve riuscire ad isolare le tre righe di uno scritto e vedere quale delle tre emerge per ricavarne la costituzione biotipologica. Poi deve essere capace di rilevare il grado di attività e di non-attività del soggetto vedendo se la scrittura trascina alla deriva il suo sguardo o se resta statica, cioè come inchiodata al foglio. Un soggetto attivo ha una scrittura che trascina l’occhio di chi la osserva esattamente come la persona trascina con sé tutto ciò che incontra; il non-attivo non è capace di fare questo e resta come fermo su se stesso; più o meno piantato o vibrante a seconda se la scrittura è di un linfatico o di un nervoso. Poi bisogna essere in grado, dalla totalità dei segni, di carpire la primarietà o la secondarietà; queste due categorie dell’analisi parlano della risposta che il soggetto mette in atto di fronte agli stimoli interni o esterni, i quali provengono dal mondo interiore o dall’ambiente. In ambedue i casi, egli risponderà nella stessa maniera e cioè se è un primario lo scarto tra l’input di energia ed informazione che riceve e il tempo di risposta sarà minimo; se è un secondario egli si avvarrà della riflessione per interiorizzare lo stimolo, farlo suo, elaborarlo e poi creare la risposta. Il tempo con il quale avverrà quest’ultima, varia ovviamente in base al grado della secondarietà, nei casi massimi dove la personalità va verso una sorta di disgregazione e di non omogeneità delle funzioni, la risposta può avvenire anche dopo anni. Questo è solo l’inizio ovviamente. La cosa più importante da fare quando ci si pone con totale umiltà ed apertura di fronte ad una scrittura, è osservarla lasciandosi invadere da essa per sentirla, quasi per farla propria come se in quel momento, l’intero mondo dello scrivente diventi il nostro. Dopodiché bisogna continuare ad osservarlo come se fosse un tessuto, così da coglierne la trama, le imperfezioni, i punti dove la maglia può essere più o meno tesa, dove presenta dei punti di slabbratura o se inevece il tessuto è uniforme e ben distribuito e soprattutto osservare che non ci siano fili che escono dalla maglia. In secondo luogo vorrei far comprendere a chi non ha abbastanza conoscenza della vera grafologia del profondo, che ogni personalità ha un peso specifico, dato ovviamente dalla combinazione dei fattori biotipologici embriogenetici e dal vissuto. Quindi, osservando la scrittura come un tessuto, bisogna essere in grado anche di coglierne il peso e lo spessore perché queste peculiarità insite anch’esse nella natura umana, fanno una grande differenza per una corretta analisi. Mi spiego meglio: se noi percepiamo la leggerezza di uno scritto dobbiamo anche essere in grado di comprendere il movens all’origine di quella leggerezza. Con questo intendo dire che: il soggetto è leggero perché è un superficiale e quindi la sua personalità non ha né impatto sull’ambiente né sostanza; oppure è leggero perché è dotato di leggerezza interiore la quale lo rende capace di affrontare le difficoltà della vita con ironia ed autoironia? Vedete che c’è un abisso tra queste due condizioni. Chi non è in grado di cogliere queste sfumature come pretende di essere definito grafologo? Chi invece è in grado di farlo diviene anche, e a tutto tondo, naturalmente in grado di distinguere un falso da un originale, non fosse altro che, al di là del gesto fuggitivo che Moretti ha sempre sottolineato essere un elemento chiave del complesso della personalità e che sfugge alla coscienza dello scrivente, ci sono moltissimi altri segni che appartengono alle categorie dell’analisi e che visti nella loro interezza, collegandoli gli uni agli altri parlano della persona che ha vergato l’originale e anche del falsario. Possiamo portare come esempio il segno Intozzata di primo modo; esso fa parte della categoria orientativa dell’analisi e nello specifico ci parla della pressione. Quest’ultima riguarda un aspetto fondamentale di ogni personalità che è quella legata alla capacità di produrre e consumare dinamicamente energia, scrive Palaferri a pag.63 del suo libro “L’indagine grafologica e il metodo morettiano“. Anche il segno Intozzata di secondo modo riguarda la pressione; benché tra i due segni ci sia un abisso interpretativo e una serie di sfumature che sfuggono a molti. Prima di accennare ad entrambi, bisogna comprendere bene di cosa ci parla e cosa ci indica la pressione. Palaferri procede la spiegazione facendo notare al grafologo che quest’ultima “.. di riflesso indica il grado di forza e di profondità degli istinti, delle tendenze, della volontà, della spinta espansiva dell’Io, e in qualche modo anche dello stesso sentimento. Pulver fa notare che insieme all’altezza (verticalità) e alla larghezza (orizzontalità), la scrittura diventa espressione di una terza dimensione dell’essere: la profondità. Quest’ultima si rivela nei tratti discendenti chiamati anche pieni; registrando infatti il grado di energia che il muscolo tensore dell’indice della mano libera e scarica sul portapenne. Da qui è possibile misurare l’intensità dei potenziali di azione e di placca; in pratica il tono vitale di uno scrivente“. (Ivi, pag. 65)
Ora se il segno Intozzata di primo modo ci parla della smania di imporsi del soggetto, tanto è vero che, il segno è sostanziale e fa parte del carattere dell’assalto e il segno Intozzata di secondo modo, il quale è anch’esso sostanziale e fa parte del carattere dell‘attesa per impressionabilità ed emotività; secondo voi entrambi i segni possono essere imitati da un falsario? Gli spasmi, cioè le improvvise e brevi marcature della pressione che avvengono specialmente nei risvolti inferiori e superiori delle lettere e nei cambiamenti di direzione, che appartengono al segno Intozzata di secondo modo, possono essere contraffatti? In merito invece al segno Intozzata di primo modo, il grafologo esperto deve essere in grado di vedere l’autenticità della pressione di cui ci parla il segno.

Sia Moretti, sia Palaferri ci fanno notare come sia importante saper distinguere, oltre al semplice spessore dei tratti e la differenza di spessore tra i filetti discendenti e quelli ascendenti (Intozzata di I modo), altri fattori decisivi per scoprire il vero tono vitale di un soggetto i quali sono: la nettezza, la tensione e la profondità; a seguire la pastosità e/o la superficialità di questi ultimi. Una pressione netta ed autentica necessita di avere i bordi dei tratti netti e puliti, il gesto grafico deve essere sicuro, senza storture e privo di melmosità; in poche parole deve formare il sub-strato di quel famoso tessuto di cui parlavo prima il quale crea una trama dove i fili sono sempre tesi nello stesso modo, senza buchi e senza aggrovigliamenti, senza slabbrature e senza accumuli. Tutti questi elementi ci portano ad avere una trama grafica dinamicamente equilibrata nel tempo e nello spazio e sempre uguale a se stessa. Se vengono a mancare il giusto grado di tensione, la nettezza dei gesti e si presenta una scrittura con pressione melmosa, non ci troviamo di fronte ad un soggetto realmente vitale, bensì lo scrivente manca di impulso attivo-creativo (il quale neccessità sempre di alti gradi di energia, benché una mente creativa si identifica con il verificarsi di altri segni); e manca di vibratilità dell’animo e del sentimento. Di contro, lo scrivente che ha un deficit del suddetto tipo di pressione netta, pulita e precisa, è costretto a cedere alla passività, si abbandona con più facilità agli istinti e alle tendenze di ordine materiale; dalla gola alla sensualità fino al narcisismo e al più biego egoismo. Vi pongo quindi nuovamente lo stesso interrogativo: secondo voi è possibile per un falsario imitare le intozzate di primo modo? Nel farlo vorrei ricordare a qualche ingenuo che, quando si parla di pressione in campo grafologico, e quindi di energia e di tono vitale, si parla di qualcosa di cui possiamo osservare le qualità, le manifestazioni fisiche, emotive e psicologiche che poi rientrano tutte in una definizione che nel campo umano e fisiologico possiamo accorpare nel termine vitalità, senza avere però, nessuno elemento che ci parli realmente di che cosa sia questa vitalità, questa energia. Ora, in nessun campo della scienza si è mai trovata una definizione reale e coerente di che cosa sia veramente l’energia; attenzione ribadisco, non di cosa possiamo fare con un determinato quantum energetico in un determinato lasso di tempo; questo si chiama lavoro. La verità è che nessuno sa cosa sia l’energia, sappiamo solo dal primo postulato della termodinamica che: l’energia non si crea né si distrugge ma si trasforma. Ecco tutto.
Continuando la nostra indagine sul segno Intozzata di I modo, Palaferri ci pone giustamente di fronte ad un ostacolo e ce lo evidenzia quando ci dice che può accadere che il grafologo si trovi di fronte ad una pressione reale, la quale mostra quindi tensione e profondità benché in essa non vi sia differenza o quasi, tra lo spessore dei filetti discendenti e ascendenti. Le osservazioni del Maestro sono le seguenti: “Più difficile è la valutazione della pressione netta e profonda che non differenzia i tratti nei due sensi. Moretti non ha dato un nome a questo tipo di pressione e per valutarla occorre tener conto di due fattori: la grossezza dei tratti – ovviamente con nettezza e tensione – e il dinamismo del ritmo grafico. Non va nemmeno dimenticato il colore dei tratti, poiché il colore nel grafismo corrisponde al calore dell’essere umano, che è anch’esso un aspetto dell’energia vitale. (…) All’opposto della pressione forte, esiste quella leggera, tanto nei tratti ascendenti, che in quelli discendenti. Moretti come richiamandosi alla sottilità del filo di seta, la chiama filiforme. Anche su questo tipo di pressione vanno fatte delle distinzioni: c’è quella dotata di tensione (tratti diritti e sicuri) e di decisione e di movimento. I tratti incidono la carta in prfondità, e pur così leggeri, hanno colore. Ne esiste invece un altro che manca di fermezza, di tensione, di profondità e sa di scolorito. Il primo tipo rivela un soggetto intenso e vitale ma dotato di sensibilità, con tendenza a dare il dovuto spazio ai valori dello spirito. Da qui la capacità di sublimare gli istinti. Il secondo tipo rivela invece un soggetto dalla vitalità troppo sensibile, piuttosto fragile e indifesa”. (Ivi, pag. 64-65)
L’altro lato della pressione si ha quando si deve valutare il quantum della reazione emotiva, che possiamo osservare attraverso il segno Intozzata di II modo; caratterizzato da improvvise e brevi marcature cioè spasmi, che compaiono specialmente nei risvolti inferiori e superiori delle lettere e nei cambiamenti di direzione. Ovviamente anche questo è un segno sostanziale e fa parte del carattere dell’attesa per emotività ed impressionabilità. Senza descrivere ulteriormente questo segno, vi ricordo che esso ha sempre dei lati positivi se si ritrova nel giusto contesto di trama grafica dinamica, ben ordita, equilibrata, con pressione netta e profondità del gesto, giusto equilirio tra primarietà e secondarietà, donando al soggetto una sensibilità e una ricettività degli impulsi nervosi che vanno creando un substrato di intensa emotività sana e di sintonia con l’ambiente e con gli stimoli della vita. Ciò comporta che il soggetto ha una ricchezza interiore di interessi e di passioni che lo rendono pieno, gioioso e ricco di calore umano; non solo a livello emotivo ma anche e soprattutto a livello mentale; questo perché le emozioni sono il carburante dell’animo e della profondità intellettiva ed intellettuale. D’altro canto, se invece il contesto con cui si verificano le intozzate di II modo è privo degli adeguati indici di forza, equilibrio, stabilità, determinazione, trama grafica, nettezza del gesto e di un sano ed equilirato autocontrollo che non leda la spontaneità come si evince in presenza del segno accurata spontanea; si hanno così negative ed incontrollate turbe dell’emotività e della mente. Incapacità di controllo di fronte alle situazioni di picco dell’esistenza assieme ad un forte obnubilamento della coscienza. Questo basta a far comprendere, senza scendere nei minimi dettagli inerenti a questi due segni caratteristici della pressione; quanto ambedue, siano impossibili da falsificare. Al di là del gesto fuggitivo, il quale è un elemento sacrosanto, e di cui bisogna sempre tenere presente quando si confrontano due scritti per capirne la paternità, bisogna scendere verso qualcosa di molto più profondo che va oltre la mera analisi del segno. Questo qualcosa è la capacità di vedere lo scrivente che si cela dietro lo scritto preso in analisi. Di questo dovrebbe essere capace il vero grafologo e questo dovrebbe essere l’intento con il quale ci si approccia allo studio della grafologia morettiana e della comprensione dei testi che ci hanno lasciato in eredità Moretti e Palaferri; gli unici due reali caposcuola di un’arte che ha ancora molto da dare, contrariamente a quei saccenti e poco preparati che si ergono a giudici definendo la grafologia qualcosa di morto o qualcosa che ha dei limiti come scianza che indaga l’animo umano. I limiti non sono del metodo, come ho già evidenziato nell’articolo sulle tre righe di J. Rivére, i limiti sono dell’uomo che vorrebbe comprendere ma che non è dotato delle qualità per farlo. Come diceva Moretti la vera psicologia deve ancora nascere e dopo quasi un secolo, le sue parole sono più vere che mai.
Letizia Boccabella




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