scrivere a mano

Due fattori molto importanti del carattere di una persona sono il livello dell’attività e quello dell’emotività. Possono coesistere entrambi in una personalità, essere entrambi quasi assenti oppure essere uno più sviluppato di un altro. Nell’articolo precedente ho accennato i vari tratti della caratterologia secondo Le Senne e il metodo delle tre righe per poter identificare in uno scritto la natura endocrina del soggetto; per chi fosse interessato può consultarlo direttamente al seguente link:

Grafologia morettiana: J. Rivère le tre righe e la caratterologia di René Le Senne

Oggi affronteremo nello specifico i tratti salienti dell’emotività e dell’attività in una scrittura, descrivendo inizialmente cosa siano questi due elementi e poi i segni che li qualificano. L’emotività scrive J. Rivère è la facoltà di avere maggiori e più intense emozioni della media degli individui, per Le Senne l’emotività agisce in seguito alla reazione ad una percezione o un pensiero che commuovendo l’individuo ad un certo livello provoca nella vita organica e psicologica uno shock più o meno forte. L’avvenimento agisce come un agente deflagratorio. Le Senne puntualizza che l’emotività è uno dei fattori più importanti della vita perché attraverso di essa l’essere umano realizza la ricchezza e la pienezza di sè attraverso l’amore, l’amicizia, la socialità, l’arte e la ricchezza di interessi oltre che la sana curiosità che lo dispone a non accontentarsi mai di un sapere nozionista. Moretti dal canto suo aggiunge una finezza ulteriore che distingue l’emotività dalla sensibilità sottolineando che la prima è di natura patologica perché apporta dei cambiamenti nella struttura organica lasciando come un riverbero e quindi traccia di sè; mentre la sensibilità non interessa la sfera organica nel senso che ha un livello di propagazione meno profondo e quindi non è patologica. Palaferri ci spiega che ad oggi sappiamo che quel quantum deflagratorio di cui parlava Le Senne è in effetti una vera e propria scarica neuroendocrina. Con essa la mente, attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, trasduce i messaggi dal soma adattandolo alle situazioni. In pratica l’emozione non sarebbe altro che la somma delle impressioni che ne derivano e che stanno alla base dei sentimenti, tenendo però presente che questi ultimi hanno una migliore durata della fugacità delle emozioni. Anche J. Rivère ci fa notare che a certi livelli mal integrati l’emotività è  responsabile di creare situazioni imbarazzanti per sé e per l’ambiente circostante; il soggetto risulta disorientato, disorganizzato, inadeguato, rallentato, maldestro, ispiratore di follie o di estreme timidezze che divengono profonde inibizioni e rifiuti illogici di ogni genere. Alla fine dei conti si è trovato un terreno comune per il quale si definiscono come non-emotivi i soggetti con normali reazioni emotive, ed emotivi quelli che le hanno di maggiore intensità. Resta ancora un ultima precisazione da fare in merito al termine normale che si usa come soglia di distinzione tra i due fronti. J. Rivère ci sottolinea che certi emotivi di alto livello non si accalorano per cose di poco conto, mentre si infiammano per cose di grande impegno o per dei grandi amori. (..) Va ben compreso che il meccanismo delle emozioni, prima di scatenarsi, opera delle discriminazioni, come se l’individuo si riservasse per alcuni motivi particolari, cioè quello per cui vale la pena! Quello che alla fine risolve a livello grafologico la diatriba sull’emotività e la non-emotività è Moretti il quale, riesce a vedere ed a classificare i segni dell’emotività dal punto di vista qualitativo, e dal punto di vista quantitativo cioè misurando il quantum deflagratorio della reazione emotiva attraverso il segno Intozzata di 2° modo. Di conseguenza la grafologia morettiana è in grado di misurare il livello di eccitabilità-disordine di una scrittura, la qualità e la quantità dell’emotività del soggetto assieme a quella che viene definita la contrattura del tracciato grafico e della stessa trama grafica. Si noti che l’ipereccitabilità provoca reazioni violente e sproporzionate alla reale intensità dello stimolo, di conseguenza si ha una riduzione del pieno controllo cosciente e volitivo sulle azioni che divengono reazioni a tal punto da creare disorganizzazione delle funzioni psicologiche e fisiologiche dell’Io. Di contro si è detto che l’emotività ha i suoi pregi nei quali possiamo annoverare la sensibilità, la mobilità, la vivacità, la tendenza ad avere molti interessi e stimola anche la complessità delle capacità psicodinamiche dell’individuo per questo può stimolare l’iniziativa sia di pensiero sia di azione, oltre a donare verve comunicativa. Per questo motivo Le Senne come J. Rivère come Moretti e Palaferri vedono nei caratteri Collerici e Passionati quelli maggiormente dotati di primaria potenza, perchè entrambi provvisti di equanime livello di attività e di emotività con la differenza che il Collerico è un primario e quindi maggiormente portato alla vita esteriore e all’azione, mentre il Passionato che è un secondario è sempre dominato dalla sua vita interiore e per questo lo stesso J. Rivère gli diede l’appellativo di Titano schiavo descrivendolo come un soggetto nel quale l’affrontarsi di forze tumultuose offrono spesso lo spettacolo di un dramma dominato dalla volontà umana. Non tutti i passionati sono grandi, ma tutti sono di una notevole intensità caratteriale che conferisce loro una forte autorità sociale. Altri elementi positivi dell’emotività sono appunto l’intensità e la continuità le quali fanno da motore per rinforzare la volontà nelle relazioni e da carburante per spingere avanti l’attività. E’ ovvio quindi che l’emotività sia alla base di tutti gli slanci, degli interessi e degli ideali più nobili della vita, è la molla che spinge la creatività a caricarsi attraverso se stessa, è la base di ogni passione di conoscere e della ricerca del nuovo, dello sviluppo dell’intelligenza e di ogni forma di attitudine personale che ha bisogno di nutrirsi per sostenersi nel tempo. In campo scientifico o in ogni altro campo del sapere umano l’emotività nutre l’intuizione e la spinge a non accontentersi mai di ciò che si conosce per divenire motore di nuove scoperte. L’emotività unita all’attività favorisce la franchezza di spirito, la capacità decisionale ed il senso pratico. Come tutte le cose del resto, quando la si trova in eccesso, essa diviene un fattore disorganizzante ed altamente lesivo nell’ interpretazione della realtà; soggettivizzandola oltre modo e distorcendola. Essa restringe di molto il campo di coscienza e lede la visione d’insieme diminuendo di molto il grado dell’obiettività. Così facendo lede anche la schiettezza e diviene fonte di una dose eccessiva di impressionabilità che spesso associata anche all’ansia, disgrega le funzioni dell’ Io rendendolo inadatto ad affrontare gli ostacoli della vita. Chiaramente impedisce la capacità di una serena e lungimirante programmazione ed organizzazione nel tempo, alterando la serenità d’animo e l’efficienza pratica.

I segni grafologici dell’emotività: come già accennato prima, abbiamo visto che Moretti presenta il segno Intozzata di 2° modo, come il segno dell’emotività benché esso misuri solo il quantum deflagratorio dello stimolo emotivo e non parli della qualità che vi soggiace. Si prenda in analisi il segno Filiforme; esso ci parla di una determinata qualità dell’emotività che agisce nei soggetti che posseggono questo tratto, come una sorta di irritabilità data dalla delicatezza vitale che a contatto con il mondo reale crea nel soggetto un trauma derivato da una iper sensibilità che a volte sfocia in una vera e propria fobia di contatto. Quindi in un’analisi a tutto tundo si prenderanno in considerazione i due segni quali Intozzata di 2° modo e Filiforme per esplicare la quantità in cui il segno si manifesta e quindi comprendere se la persona in questione è ancora in grado di gestire il tipo di emotività o se ne diviene schiava avviandosi alla patologia se il segno supera i 4-5/10 manifestando ad esempio una fobia per i contatti di ordine patologico. Anche il segno Spavalda riguarda l’emotività, così come Angolosa o come le disarmonie della pressione grafica di Intozzata di 1° modo, che possono divenire spasmodiche, inquiete o violente e divengono indice di un’emotività irritabile ed a tratti poco gestibile. Le grafologie estere come anche quella di Crépieux-Jamin, vedono segni di iperemotività ogni qual volta che nella grafia si trovano indici di eccessi come lo sono le vistose variazioni dei tratti, nel disordine, nelle esagerazioni, nelle forzature, nei tratti lanciati in ogni direzione, le esitazioni (stentata, titubante o tentennante per Moretti) come i cambiamenti dell’inclinazione, della direzione e della dimensione letterale. Ed è qui che devo necessariamente aprire una parentesi fondamentale: se come specificato nell’articolo precedente, non si riesce a vedere il simbolismo estremo di J. Rivère e cioè le tre righe, si rischia di sbagliare completamente l’analisi grafologica attribuendo connotazioni di emotività a soggetti del tutto non-emotivi per costituzione ma resi incerti ed insicuri da un vissuto che li ha resi ansiosi; ciò non cambia però la loro natura non-emotiva! Mi spiego meglio: se ci si trova di fronte ad una scrittura di un Flemmatico, cioè un non-emotivo, attivo, secondario, dalle tre righe noi vedremo uscire fuori quella di centro che subito dopo cade verso il basso e sapremo per certo che egli è un meso-ento a livello costituzionale. Gli altri indici della scrittura ci avranno rivelato che è un secondario quindi sapremo che la sua caratterologia corrisponde a quella di un Flemmatico di Le Senne. Ora se ci troveremo di fronte ad altri segni di natura emotiva come possono essere per esempio le esagerazioni di alcuni tratti, la triplice strettezza, il cambiamento della direzione degli assi letterali, disuguaglianze della pressione, oscillazione del rigo di base e così via, non diremo che il soggetto è un emotivo, già mai! Bensì che esso manifesta a seconda dell’intensità e della ripetizione dei segni di cui sopra, il para-nervoso che vuol dire che l’ansia del vissuto lo obbliga a comportamenti disorganizzati, inquieti, e a tratti iper emotivi come se fosse un Nervoso di Le Senne ma non certo per struttura costituzionale bensì solo ed esclusivamente per ansia! Ovviamente nella maggior parte di casi simili, il para-nervoso lede l’energia di base del soggetto e lo porta a sfinirsi anzi tempo cadendo poi nel para-apatico per due motivi principali: uno per depauperamento delle energie vitali e due per difendere il proprio mondo emotivo sottoposto a troppi scossoni che oltretutto nemmeno fanno parte della sua natura, essendo come già detto un Flemmatico cioè un non-emotivo, attivo secondario. I cosiddetti para nella scrittura non sono altro che le oscillazioni del carattere. Maggiori sono i para nella scrittura e maggiori sono le inconsistenze della personalità perchè portano il soggetto ad allontanarsi dalla propria natura e lo trascinano verso un’inquietudine di natura ansiogena che modificano il comportamento rendendolo inadatto ad affrontare con serenità e lucidità gli scossoni della vita. Da qui si comprenda quanto fine debba essere la visione di un grafologo morettiano degno di questo nome. Nazzareno Palaferri nei suoi 35 anni di studio indefesso e approfondito di questa splendida materia ha allargato in maniera inoppugnabile gli orizzonti dell’analisi  grafologica portandola ad uno spessore di visione inconcepibile per quasi tutti gli altri esperti del settore. Ribadisco in qualità di sua allieva diretta che non ho mai più incontrato nessuno che avesse le sue capacità e con questo non voglio dire che non si possano ancora espandere gli orizzonti della materia, ma che non è possibile farlo se non si è in grado di seguire il metodo da lui proposto ed osservato.

L’attività scrive J. Rivère crea. E’ potenza e continuità nell’agire. Sottolinea a buon dire che: una cosa è ben certa, se l’inattività non ha alcun valore sociale o rischia perfino di essere asociale o antisociale con i suoi forti appetiti e se l’attività invece può cedere a delle deviazioni etiche, di fatto niente di bene e di buono e di grande si fa senza un’attività regolare e ben distribuita. Ed ancora egli ne tenta una definizione estremamente calzante che è la seguente: l’attività consiste nell’andare da un punto A ad un punto B superando una serie di ostacoli. Il suo livello si misura in funzione della lunghezza del cammino, dell’importanza degli ostacoli e del tempo impiegato per l’esecuzione. Ci segnala anche che tra dui individui che all’apparenza sono capaci della stessa impresa, il più attivo risulterà quello che avrà portato a termine il compito con maggiore disinvoltura. Quest’ultima rivela che l’attività possiede riserve energetiche in abbondanza; quindi non si affatica e non si lamenta specialmente perchè nel vero attivo l’atto di fare non costituisce assolutamente un obbligo o un dovere bensì è come una sorta di esplicazione al mondo di un piacevole potere in esubero che va canalizzato. In poche parole chi nasce attivo, non si fa merito del lavorare o del portare avanti così tante cose perchè è la sua natura ad essere fatta così, di conseguenza ciò che si è non si ha bisogno di ostentarlo. L’attività si nutre di se stessa ed è curiosa, quindi prende l’iniziativa, se non ha niente da fare se lo crea e cresce proporzionalmente all’evoluzione del soggetto. Palaferri ce la spiega così: ...è la tendenza congenita ed assidua ad agire o a creare occasioni per agire, muoversi, fare, intraprendere, non per fini secondari quali certi risultati e il guadagno, o per stimolazioni esterne, ma per impulso endogeno. Il soggetto attivo presenta perciò delle caratteristiche quali: ha il gusto di agire, di fronte agli ostacoli non si scoraggia, anzi prova piacere a confrontarsi con essi e a superarli. Per tale motivo non desiste di fronte agli insuccessi, ma riprova ed affronta ancora le stesse iniziative perchè sostenuto da nuove esperienze. Si può dire che sia questa la nota dominante dell’attivo: più l’azione è ardua e più è stimolato ad affrontarla, se il soggetto non ha un’attività è spinto a crearsela (spirito di iniziativa). Mostra franchezza e sicurezza sia nell’atto di decidersi che nella conduzione dell’attività. L‘attività si nutre di se stessa e non fa il fiatone, scrive J. Rivère, si stanca poco ed eventualmente si ricarica presto di energie. Per questo tirando le somme sarà facile capire che i personaggi che hanno lasciato il segno nella storia erano quasi tutti se non proprio tutti degli attivi, e oltretutto potremmo aggiungere che erano anche emotivi in egual misura. Questo ci porta all’affermazione precedente dove i caratteri meglio dotati, se equilibrati ed evoluti naturalmente, sarebbero i Flemmatici e i Passionati, dopo vengono i Collerici; questo perchè la secondarietà appartenente ai primi due, li renderebbe più riflessivi e lungimiranti, capaci di programmare con anni di anticipo le loro mosse e di rispettare i loro piani, cosa a cui i Collerici non sono del tutto aderenti a causa della loro primarietà e ancor più spesso a causa del loro bisogno di farsi notare e di stima e di rispetto che esigono dal prossimo quasi sopra ogni cosa, oltre alla loro proverbiale intemperanza. Di questi due fattori importantissimi quali la primarietà e la secondarietà che riguardano la risonanza emotiva, dedicheremo un articolo a parte, in modo da rendere chiaro allo studente la loro rilevanza all’interno della struttura caratterologica.

I segni grafologici dell’attività: come per l’emotività anche per l’attività è valido lo stesso principio secondo il quale non esiste un unico segno che isolato sia indice di attività caratterologica; bensì un insieme di segni e quindi un contesto che definisca il soggetto come attivo o non-attivo. Utilizzando il simbolismo di J. Rivère innanzitutto si osservi lo scritto e si faccia in modo che l’occhio si rilassi di fronte ad esso per lasciarsi inondare dalla scrittura che abbiamo di fronte; se l’occhio viene come trascinato alla deriva da qualche parte del foglio allora senza ombra di dubbio il soggetto sarà attivo. (Questo perchè l’attività caratterologica trascina l’ambinte che ha attorno a sè, non si lascia trascinare). Se invece l’occhio resta come inchiodato allo scritto, fermo e statico in un punto del foglio, il soggetto sarà un non-emotivo e non-attivo. Quando invece l’occhio sembra muoversi da qualche parte ma poi viene letteralmente investito da un senso di irrequietezza e di fastidio come se la scrittura gli tremasse sotto, allora ci troviamo di fronte ad un soggetto non-attivo, emotivo. I segni dell’attività sono i seguenti: una pressione buona, netta ed autentica in un contesto che chiameremo di colore. Una pressione buona è tale quando vi è un giusto grado di Intozzata di 1° modo armoniosamente modulata nel contesto grafico assieme a Precisa e ancor di più quando, per divenire una scrittura Colorata (indice di colore e calore umano) necessita di un giusto ed armonioso equilibrio tra le Intozzate di 1° modo e quelle di 2° modo. Tutti questi segni assieme concorrono a delineare una vera e propria tessitura grafica che indica non solo l’attività caratterologica ma anche la vitalità e lo spessore della personalità; dunque è molto raro se non impossibile che si trovino su una scrittura scolastica. Altri indici di attività caratterologica sono quelli che denotano un ritmo sostenuto e vivace quali: Fluida, Veloce, Disuguale metodico del calibro soprattutto quello di 2° tipo, Scattante disuguale metodicamente, Slanciata ed Ardita. Altri segni quali: Ordinata, Omogenea e Dinamica concorrono ad una buona tessitura grafica, assieme alla tensione e all’energia di cui sono indici una buona Triplice Fermezza di Angoli B, Aste rette e mantiene il rigo; da non dimenticare la presenza essenziale di una buona ed equilibrata Triplice Larghezza che sia sostenuta dal disuguale metodico e dall’ordine che divengono indici di secondarietà. Bisogna sottolineare che un buon livello di attività è sempre sostenuto da un certo ritmo, da ordine e da un calibro adeguato che non deve necessariamente essere medio-grande anzi! Spesso un calibro più piccolo associato agli indici di cui sopra favorisce una vera attività che non disperde l’energia all’esterno ma anzi la concentra in vista di uno scopo o ideale futuro. La semplicità delle forme letterali con presenza di Parca o Contenuta e in assenza di ricci accessori che rivelano problemi di identità e di accettazione nei confronti dell’ambiente, se in un contesto grafico agile e dinamico, sono altri segni rivelatori dell’intensità dell’attività del soggetto che è concentrato nel portare a termine il proprio lavoro senza lasciarsi distrarre da agenti esterni o ambivalenze interiori. Il giusto grado di aste inferiori e di elemento Bilioso; cioè della tensione che non diventa logorante ma accresce la volitività del soggetto creando determinazione e resistenza fisica e psichica.

Letizia Boccabella

 

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